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Quella prigione a cielo aperto chiamata Gaza di Nina Fleury


www.terranews.it

PALESTINA. Un milione e mezzo di persone in trappola. Tra mare, cielo e terra. Un’economia deliberatamente distrutta. Oggi l’80 per cento della popolazione dipende dagli aiuti alimentari internazionali.
Nel 2005 quando Israele abbandonò i suoi insediamenti e spostò le basi militari fuori dalla Striscia di Gaza, molti palestinesi gioirono. Era il primo ritiro completo dei coloni (oltre 8.000) da territori occupati. Altri, meno ottimisti, temevano che Gaza diventasse una prigione a cielo aperto che poteva essere finalmente bombardata senza il rischio di ferire coloni israeliani. Il 12 settembre del 2005 Israele annunciò che l’occupazione di Gaza era finita e che non ci sarebbe più stato «motivo per asserire che Gaza è un territorio occupato ». Israele continuò comunque a controllare tutti i confini: terrestri, costieri e aerei. E continuò a condurre operazioni militari nella Striscia.
 
La politica israeliana di chiusura e restrizioni iniziò nel 1991, invertendo un processo che era comin ciato dopo la guerra dei sei giorni del 1967 (quando Israele occupò Cisgiordania, Gerusalemme est e la Striscia). A quei tempi i palestinesi potevano muoversi liberamente tra Gaza, Israele e Cisgiordania come un solo Stato. È vero che la Cisgiordania era occupata e che in quegli anni i palestinesi divennero residenti israeliani di terza classe, anche a Gerusalemme, e nei cosiddetti “territori amministrati” da Tel Aviv, ma comunque erano liberi di muoversi e incontrarsi con gli israeliani.
 
Le restrizioni del 1991 misero fine alla libertà di movimento dei palestinesi e alla possibilità di scambio economico, culturale e sociale. Per lasciare i territori ai palestinesi fu imposta la richiesta di un permesso. Nel 1995 Israele separò ulteriormente Gaza dal resto del mondo costruendole una recinzione intorno. Dall’inizio della seconda Intifada, nel settembre del 2000, i permessi d’ingresso furono poi limitati quasi esclusivamente a “casi umanitari”. Il sistema di chiusura e restrizioni raggiunse il suo apice dopo la presa del controllo della Striscia da parte di Hamas il 14 Giugno 2007. Il 19 settembre il governo israeliano dichiarò Gaza “territorio ostile”. Ad oggi quindi, è stata completamente isolata dal resto del mondo per oltre due anni e mezzo di seguito. L’assedio è pressoché totale. A nessuno dei 100mila abitanti della Striscia che lavorava in Israele è più permesso il transito. Il passaggio di Rafah, in Egitto, è sporadico e controllato da telecamere e truppe israeliane che decidono quando aprire e chiudere il confine, e chi può passare. I palestinesi non hanno diritto ad un porto. Ne possono riaprire l’aeroporto. I cieli della Striscia sono pieni di velivoli militari israeliani che monitorizzano l’attività a terra, interferendo tra l’altro con tutte le trasmissioni radio e tv locali. Israele controlla l’anagrafe della popolazione locale, ogni cambiamento necessità la sua approvazione.
 
Anche l’economia di Gaza è totalmente controllata da Israele, che decide sull’ingresso di ogni tipo di merce. Al momento solo 40 beni commerciali sono ammessi, rispetto ai 4.000 prima dell’assedio. La maggior parte dei materiali industriali, agricoli e da costruzione necessari per ricostruire le 3.540 abitazioni distrutte, e ristrutturare le 2.870 danneggiate, sono o vietati o severamente limitati. Eppure la ricostruzione servirebbe a rilanciare l’economia danneggiata seriamente durante l’ultima offensiva militare. Praticamente tutte le esportazioni sono proibite. Israele permette solo parzialmente l’ingresso di energia e carburanti, incluse benzina, gasolio, gas da cucina e carburanti industriali, impedendo agli abitanti di avere i servizi di base (compresa l’acqua corrente) persino per la normale conduzione dell’economia domestica. Non esiste una lista di prodotti permessi o vietati. Ricostruzioni giornalistiche indicano che oltre a materiali agricoli e da costruzione sono vietati i libri, gli strumenti musicali, le matite colorate, vestiti, scarpe, materassi, lenzuola, coperte, posate, stoviglie di ogni tipo, caffè , tè, salsicce, semolino, latticini, prodotti da forno, cioccolato e noccioline. Israele impone anche sanzioni economiche sulle tasse che raccoglie per l’autorità palestinese e che, di fatto, trattiene. La mancanza delle importazioni fondamentali e l’impossibilità di esportare ha costretto alla chiusura del 95% delle imprese palestinesi. I livelli di povertà hanno raggiunto l’80% della popolazione, mentre la disoccupazione ha superato il 42%. Il 75% della gente di Gaza, più di 1,1 milione di persone, non ha cibo a sufficienza in confronto al 56% nel 2008. Un mi lione di persone dipende ormai, esclusivamente, dagli aiuti alimentari internazionali.
 
Come scriveva Sara Roy nel 2009: «Gaza è l’esempio perfetto di una società deliberatamente ridotta in povertà, e la sua popolazione, una volta produttiva, trasformata in una schiera di poveri dipendenti dagli aiuti esterni». Nel frattempo il costoso (ma necessario) mercato nero dell’economia dei “tunnel” fiorisce al confine con l’Egitto. Si stima che siano circa 1000 i tunnel, e 12mila gli addetti, che forniscono circa due terzi delle merci vietate all’interno della Striscia. Il lavoro nei cunicoli è estremamente pericoloso. Tra febbraio e novembre 2009 i dati del centro palestinese per i diritti umani stimano che 64 persone sono rimaste uccise per crolli, soffocamento, folgorazione e perdite di gas. La maggioranza di questi avevano tra i 15 e i 24 anni. Erano bambini. Di questi, 7 sono morti in conseguenza di attacchi israeliani alle gallerie sotterranee. L’economia di Gaza è danneggiata anche dalla zona “cuscinetto” istituita lungo il confine con Israele, che riduce la terra disponibile per l’agricoltura e l’industria. E dalla limitazione delle aree di pesca. Secondo gli accordi di Oslo il limite dell’area di pesca era di 20 miglia marine. Gli israeliani hanno progressivamente ridotto l’area a sole 3 miglia marine. La pesca è una attività tradizionale a Gaza, una fonte importante di proteine animali. La riduzione di essa, insieme alle quotidiane intimidazioni da parte della marina israeliana sono una maledizione per 40mila lavoratori del settore che da esso dipendono per il loro reddito e sostentamento.
 
Le speranze nate con il ritiro israeliano nel 2005 sono state rapidamente uccise. Un anno fa, durante l’operazione “piombo fuso”, l’esercito israeliano ha ucciso 1.419 palestinesi, principalmente civili, e ne ha feriti 5.300. Con i confini sigillati non c’era scampo per gli abitanti della Striscia. Dopo l’attacco i confini sono rimasti chiusi. L’assedio continua.

 

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