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Gaza Freedom March – Una cronaca e qualche considerazione politica! Action for Peace


Premessa - La delegazione di Action for peace/ECCP si è trovata, per motivi organizzativi relativi al cambio obbligato di programma della GFM dell'ultimo minuto, divisa in alberghi di due zone del Cairo, molto distanti tra di loro: centro e Piramidi, con le conseguenti difficoltà di comunicazione e relazioni, oltre che, per chi era più lontano, di partecipazione ad alcune occasioni di incontro comune al centro. Questo resoconto è stato redatto sulla base di una prima bozza prodotta da Marco De Luca (Piramidi) e inviata a tutta intera la delegazione il 13 gennaio. Vi hanno contribuito tutti coloro che lo hanno voluto, delle “Piramidi” prevalentemente (il che spiega anche perché comincia dal 28, giorno di arrivo del gruppo “piramidi”, mentre un'altra parte della delegazione era già arrivata al Cairo a partire dal 25) e del “centro”. Pur essendone state fatte 5 successive stesure non pretende di essere esaustivo. Viene proposto come contributo alla discussione della Assemblea del 14 febbraio dei partecipanti alla delegazione e come informazione a coloro che non vi hanno partecipato, ma sono interessat* .

La cronaca
Siamo partiti per il Cairo in circa 140 italiani, tra il 25 e il 28 dicembre, con il programma di unirci a oltre mille altri pacifisti e raggiungere da lì il valico di Rafah, entrare in Gaza e marciare tutti insieme per la libertà di quel Territorio. Cittadini del mondo concentrati sulla pace e per la fine di un assedio e del massacro della popolazione palestinese.
 A Gaza non ci siamo andati, perché il governo egiziano non lo ha permesso perché, come è stato detto dal ministero degli Esteri a una delegazione del comitato organizzatore, nella lista delle associazioni promotrici ve n'erano di inaffidabili, sospettate di intenzioni ed eventualmente di atti anti-egiziani. La vera ragione non detta stava nell'ipotesi di probabili contestazioni, al valico e dentro Gaza, del “muro” sotterraneo – paratie metalliche – in fase di installazione e destinato a chiudere i tunnel che hanno permesso finora la sopravvivenza alla popolazione di Gaza. C’era anche il timore di una strumentalizzazione della marcia a proprio favore da parte di Hamas, con cui l'Egitto interloquisce in termini di mediatore internazionalmente riconosciuto rispetto a Fatah; inoltre era in atto in quei giorni il braccio di ferro tra il governo e George Galloway per l'ingresso in Gaza del convoglio di aiuti guidato da quest'ultimo (Viva Palestina).
 Oltre 1300 pacifisti si sono così trovati a dover organizzare una permanenza al Cairo che fosse politicamente significativa. Presi non del tutto alla sprovvista, in verità, perché della difficoltà di arrivare a Gaza si sapeva per esperienza, perché mai l'ingresso a Gaza è stato qualcosa di scontato e nemmeno di semplice; a maggior ragione lo era adesso che la marcia aveva assunto un connotato politico e non più solo umanitario. Il 31-12 infatti era la data augurale scelta in coincidenza con l'anniversario dell'operazione “Piombo fuso” scatenata da Israele un anno fa in questo stesso periodo, a cavallo tra 2008 e 2009. Pochi giorni prima della partenza il governo ha comunicato che avrebbe impedito non solo l'attraversamento del valico, ma anche le partenze dal Cairo. E così è stato: pullman riservati, unità in viaggio a piccoli gruppi su taxi o pullman di linea, tutti s stati senza eccezione intercettati e respinti al Cairo già a poca distanza dalla capitale.
 Ci siamo domandati a posteriori, effettivamente, come fosse stato possibile immaginare un consenso all'accesso contemporaneo di oltre mille persone da parte di un governo allineato a USA e Israele. A quel punto l'obiettivo comunemente dichiarato da tutti i gruppi presenti – logisticamente distribuiti in punti diversi del Cairo – è stato subito quello di non interrompere le pressioni perché la partenza e l'ingresso a Gaza venissero permessi ma contemporaneamente organizzare, in caso di persistenza del diniego, la marcia alternativa: sempre il 31, ma al Cairo.

Lunedì 28 dicembre 2009
 Noi italiani eravamo organizzati in due gruppi, uno con riferimento a Forum Palestina, l'altro ad Action for Peace/ECCP (vedi in fondo lista associazioni; molt* erano a titolo individuale). Il gruppo Action for Peace si è riunito il pomeriggio stesso dell'arrivo (lunedì 28), in un albergo presso l'aereoporto. Una riunione che doveva essere di conoscenza reciproca e di preparazione al viaggio notturno verso Rafah, alle trattative per il passaggio, alle incognite successive. La conoscenza è stata fatta, ma le informazioni che abbiamo ricevuto da Luisa Morgantini, venuta ad accoglierci, hanno riguardato invece lo stato attuale delle mobilitazioni al Cairo e la traccia approntata per le manifestazioni dei giorni successivi. La pressione politica per ottenere l'autorizzazione al viaggio non era stata interrotta, nel frattempo erano state previste – a suo rinforzo – le occupazioni delle rispettive ambasciate da parte dei gruppi nazionali, mentre uno sciopero della fame era già in atto da parte di un gruppo raccolto, presso la sede dell'ONU, intorno a Hedy Epstein, una donna ebrea americana di 85 anni, sfuggita adolescente, attraverso l'espatrio clandestino, alla sorte che avrebbe colpito i suoi genitori: la cattura, la deportazione e la morte nei lager tedeschi. Il gruppo in sciopero era peraltro costretto dalla polizia a frequenti spostamenti di sede. Quella stessa polizia che si stava manifestando allertata e oppositiva anche, per esempio, nell'avere fisicamente impedito il giorno prima, allontanando i pacifisti, la deposizione sul Nilo di tante candele galleggianti quante le vittime di “Piombo fuso” un anno fa, 1415 secondo il Palestinian Center for Human Rights.

Martedì 29 dicembre
 L'occupazione dell'ambasciata di Francia è stata probabilmente la più tenace, l'unica mantenuta per tutta la durata della permanenza dei gruppi pacifisti al Cairo, nella forma di un presidio diurno e notturno all'entrata dell'edificio e lungo tutto il marciapiede antistante. Martedì 29 al mattino noi italiani ci siamo radunati analogamente davanti all'ambasciata italiana per una manifestazione immediatamente circoscritta dalla polizia, così come costantemente transennata e chiusa da un doppio cordone di polizia era la protesta francese. Il presidio è stato mantenuto alcune ore e poi si è sciolto spontaneamente in modo differenziato: il gruppo di Forum Palestina è rimasto più a lungo, raccolto in un'improvvisata assemblea, mentre il gruppo Action for Peace si è allontanato dopo un paio d'ore diviso in piccoli gruppi come la polizia imponeva, passando davanti all'ambasciata americana dove pure era in atto un presidio a cui la polizia non ha consentito di avvicinarci. Ci si è ritrovati poco lontano in un altro punto di manifestazione e di pressione. Più precisamente sulla scalinata di accesso alla sede del sindacato dei giornalisti, dove in quel momento si trovava il gruppo di pacifisti, prevalentemente americani, in sciopero della fame con Hedy Epstein. Il gruppo è cresciuto col passare delle ore, un gruppo di un paio di centinaia di persone (molti palestinesi tra di loro), e associazioni egiziane di opposizione al governo, come Kefaia (Basta), avvicendantesi fino a notte con cartelli, striscioni, bandiere, t-shirts  per Gaza, in cui si mescolavano persone e slogan rivolti al governo egiziano e alle questioni della democrazia interne all'Egitto. E questo in particolare a partire dalle 18, quando è cominciata la manifestazione contro l'arrivo del Primo ministro israeliano Netanyahou. Tutto ciò, inutile dirlo, recintato da transenne e poliziotti.  Era ormai la sera del 29. Il calendario diceva che raggiungere Gaza e marciare là il 31 era ancora possibile. Il pessimismo della ragione ci spingeva a concentrarci su una manifestazione il 31 al Cairo perché fosse la migliore possibile per unità, ampiezza, visibilità, contenimento dello scontro.
Ma proprio nel tardo pomeriggio di quel martedì 29 Luisa Morgantini , durante la manifestazione con le organizzazioni egiziane contro la presenza di Nethaniau al Cairo, ci chiede di vederci subito per una questione urgente, ci spostiamo in un marciapiede adiacente la manifestazione e ci dice che Code Pink – associazione americana prima promotrice, sin dall'estate, della Gaza Freedom March – ha ottenuto da Suzanne Mubarak presidente della Red Crescent egiziana e moglie del presidente Mubarak, l'autorizzazione alla partenza per Gaza di cento persone e gli aiuti umanitari portati da tutti noi, da tutto il mondo. Il comitato organizzatore aveva accettato, fermo restando il rifiuto di considerare quel viaggio e quel gruppo come definitivamente sostitutivi del viaggio a Gaza di tutti i pacifisti presenti al Cairo, che restava l'obiettivo da perseguire. Tutti i gruppi nazionali sarebbero stati inclusi in quel primo viaggio, perlomeno con partecipazioni simboliche di ciascuno di essi. Per l'Italia, due persone. Stephanie Westbrook ci sollecita perche’ entro le 19 bisogna dare una risposta e il nominativo. La discussione è stretta e serrata, dato il breve tempo a disposizione non c'è possibilità di replica né di discussione. Luisa ci dice che Forum Palestina ha già dato un nome, lei personalmente è favorevole e considera indispensabile continuare a manifestare al Cairo per chiedere la partenza per tutti, anche se ritiene impossibile ottenerlo, ma nel frattempo la partenza dei cento e degli aiuti umanitari deve essere considerata  non una gentile concessione del governo egiziano ma il risultato ottenuto con  le manifestazioni di tutti quei giorni.. C'è rabbia diffusa tra tutti noi, sentiamo l'obbligo assurdo di dover tradurre ragioni contrastanti in un'adesione o in un rifiuto secchi; malgrado qualcuno rimanga fortemente contrario, ritenendo che ridurre il significato politico della marcia a una piccola missione umanitaria sotto l’egida della Mezzaluna rossa  egiziana sia inaccettabile, alla fine si decide per l’adesione. La persona viene scelta: Martina Pignatti, di Un Ponte per. La partenza è per la mattina dopo, all'alba.

Mercoledì 30 dicembre
 Il 30 la notizia per il nostro risveglio è che, alla partenza dei pullman, rappresentanti del Comitato di Coordinamento si sono presentati autocriticando la decisione, da loro stessi presa, di accettare la partenza di una delegazione; lasciando però tutti i partenti liberi di decidere autonomamente cosa fare. Questa comunicazione lacera il gruppo in modo drammatico; soprattutto i palestinesi che ne fanno parte vivono contrasti interiori tradotti in contrasti molto aspri tra di loro. La delegata italiana telefona a Stephanie e a Luisa che a sua volta chiama Farshid e Alessandra e si decide di comune accordo che la partenza della nostra delegata in quelle condizioni non è sostenibile. Alla fine i due pullman partono. Giungeranno a Rafah dopo avere raccolto altre persone a El 'Arish, per un totale di 92, ed entreranno a Gaza giovedì 31, dopo 18 ore di bus.
Per chi resta al Cairo la giornata, cominciata male, prosegue in modo sospeso. Noi italiani – e probabilmente è così per tutti – ci assestiamo nel centro della città in modo da essere inclusi nel giro di contatti e informazioni; girovaghiamo in modo abbastanza inconcludente tra una riunione di fortuna e l'altra. Si cerca di costruire la marcia del giorno dopo; la Marcia. Si deve decidere dove e come: marcia, o presidio, o marcia e presidio... E se presidio, fino a quando; si dice che alcuni gruppi sono per il presidio a oltranza, per notti e giorni. Ci si chiede in vista di quale obiettivo, essendo in genere, un presidio o un'occupazione, finalizzati a un obiettivo preciso. Luisa ci comunica che l'indomani alle 9,30, attraverso Nabil Shaat, parlamentare palestinese e responsabile commissione esteri di Fatah, una delegazione della Marcia (Ann Wright, Walden Bello, Medea Benjamin, Luisa Morgantini) sarà ricevuta dal portavoce del ministro degli Esteri. La richiesta sarà, ancora e sempre, quella di poter partire tutti per Gaza. Essendo però ormai prevista, per quello stesso giorno e anche nei giorni successivi nuove manifestazioni nel Cairo la richiesta ulteriore sarà quella di poter manifestare senza interventi repressivi da parte della polizia. L'orario precedentemente stabilito per la manifestazione – le 10 – appare evidentemente incongruo, troppo addosso all'incontro al ministero (anche perché in un primo momento sembrava che si dovesse tenere sotto la sede del Ministero), e il gruppo Action for Peace delega chi parteciperà la sera alla riunione finale del comitato organizzatore a porre il problema e concordare con gli altri gruppi il posticipo di un'ora. Esprime anche preferenza per un breve corteo (difficile immaginarlo lungo) e presidio di alcune ore, non a oltranza, in assenza di un obiettivo da rivendicare.
  Nel gruppo “delle Piramidi” c'è una discussione molto animata sulla scelta fatta (il blocco del traffico). Alcuni dicono di ritenere tale scelta provocatrice e possibile causa di reazioni immediate e presumibilmente violente da parte della polizia, determinando in tal modo uno slittamento di significato: da atto di protesta visibile e pacifico a ricerca di scontro come rivalsa al divieto al viaggio. Riviviamo sostanzialmente la situazione della sera precedente: allora l'invio di una delegazione ristretta a Gaza, decisa e comunicata senza discussione e senza alternative, esattamente come, ventiquattr'ore dopo, le modalità della marcia. La scelta sta tra il non partecipare all'azione (facendone franare il primo obiettivo, la sua unità e compattezza, e lasciando in ciascuno di noi il senso frustrante dell'insuccesso anche sull'obiettivo minimo) e il partecipare a un evento non senza rischi. Dopo molte esitazioni individuali il gruppo decide di partecipare in modo molto ampio: solo quattro dicono che non verranno, ma l'indomani ci ritroveremo tutti insieme!

Giovedì 31 dicembre
 Per la marcia lasciamo l'albergo a piccoli gruppi, diretti in taxi a diverse fasulle mete turistiche comunicate ai poliziotti che controllano stabilmente l'accesso all'albergo e registrano sistematicamente le nostre mete, che si esca tutti in pullman o che si esca in gruppi più piccoli.
 La marcia scatta con puntualità svizzera, in prima fila donne di Code Pink forse sfuggite all'attenzione delle molte pattuglie di polizia che stanno presidiando la piazza. Il gruppo si accresce rapidissimamente, coagulando intorno a sé centinaia di noi che individualmente o a gruppetti accorriamo da ogni angolo della piazza dove stavamo girovagando e cercando di eludere i poliziotti in borghese che a loro volta cercavano di intercettarci e allontanarci cortesemente. Per qualche minuto, tra cori di clacson e fischi di vigili – che a onor del vero bloccano tutte le macchine e lasciano spazio a noi – procediamo a semicerchio nella piazza. Poi c'è il momento duro, la polizia si è fatta intorno, molti si sono seduti sull'asfalto e vengono sollevati di peso, tutti siamo spintonati, anche rudemente,  fino a essere radunati, dopo circa 20 minuti, su un largo marciapiede e poi transennati, secondo la prassi, e circondati di poliziotti. Un giovane uomo e una giovane donna sono feriti in modo apparentemente leggero; altri subiscono il contraccolpo emotivo del breve scontro. In quell'area dove ci ritroviamo fitti, ma non soffocati, stendiamo striscioni e rimaniamo a cantare, gridare slogan e sventolare cartelli per sei-sette ore. Intenzioni di tirare mezzanotte per festeggiare lì capodanno o di sciogliersi e poi tornare a quell'ora vengono dissuase dal tam-tam su interventi anche duri, nel caso, della polizia. Verso le 13 cambia la linea tenuta dalla polizia fino a quel momento: i manifestanti che lasciano il presidio non potranno più rientrare. Questo determina un lento sfoltimento dei ranghi per bisogni fisiologici incomprimibili. Un altro tam-tam a metà pomeriggio (“fra un po' chi resta verrà arrestato”) chissà se ha fondamento (funzionari di polizia stanno effettivamente attraversando da un po' il presidio contandoci ostentatamente), ma spinge in modo morbido a ulteriori uscite e alla conclusione del presidio.

Venerdì 1 gennaio 2010
L'ultima iniziativa collettiva concordata tra i gruppi – ma a partecipazione molto inferiore a quella del giorno precedente – è stata una protesta protratta per circa tre ore sotto l'ambasciata israeliana. Nel frattempo il territorio extramurario dell'ambasciata francese continuava a essere occupato da manifestanti francesi e internazionali, solidali con i primi, decisi a protrarre l'azione fino ai limiti imposti dal biglietto aereo di ritorno. Un sit-in serale, in Piazza Tahrir, che ha concluso collettivamente e simbolicamente quella settimana pacifista costruita in progress, ha proposto un documento con circa 150 firme (non c’erano tutte le rappresentanze, compreso la nostra), dal titolo “Dichiarazione del Cairo” (rintracciabile in rete).

Sabato 2 gennaio 2010
Ci si è ritrovati in molti all'albergo, verso le 18, in un incontro con le altre delegazioni del coordinamento europeo (ECCP): belgi, francesi, e precisamente: Associazione France Palestine Solidarité, Campagna civile internazionale per la protezione del popolo palestinese (entrambi francesi), Associazione belgo-palestinese. Lavoriamo insieme da anni. Anche in questo incontro abbiamo trovato parecchi punti di convergenza: 1. la Marcia ha avuto il grande risultato di riportare all'attenzione pubblica e della politica la questione dell'assedio di Gaza e la condizione inumana in cui costringe la popolazione palestinese, duramente colpita dall'attacco “Piombo fuso” dello scorso anno; 2. A causa dei divieti posti dal governo egiziano e ai problemi di comunicazione connessi, c’è stata mancanza di democrazia nella presa di decisioni (che ha anche comportato dissensi e divisioni, come nel caso della controversa decisione sull'invio di una delegazione ristretta con gli aiuti); 3. la Dichiarazione del Cairo, di cui abbiamo preso conoscenza proprio quella sera, nata da un gruppo, dovrà essere ampiamente discussa nelle diverse sedi nazionali e poi a livello europeo, prima di apporre eventuali firme; 4. Come ECCP non siamo stati in grado di fare un lavoro più efficace (la mancanza di connessione internet , la grande distanza degli alberghi vi ha contribuito) ma è stato importante presentarsi così; 5. E' necessario un  rafforzamento dell'ECCP e per questo si è deciso di mettere all'ordine del giorno la GFM, e come darle continuità e sviluppo, nell'incontro del Coordinamento già fissato a Bruxelles per il 5 e 6 febbraio prossimi.

Domenica 3 gennaio 2010
 E' l'ultimo momento politico del  gruppo “Piramidi”, che si è raccolto ad ascoltare e interpellare due reduci dal controverso viaggio a Gaza, un ragazzo danese (di origine  iraniana) Poya, con la sua ragazza Helena, rientrati il giorno precedente. Il loro racconto ha fatto riflettere, perché ha rivelato sostanzialmente come le resistenze e le cautele dell'Egitto nel “mandare” a Gaza questo gruppo internazionale filtrato siano state speculari a quelle di Hamas nel “prendere in consegna” il gruppo. Diverse l'una dall'altra e diversamente spiegabili, discutibili entrambe, non necessariamente condannabili tout court, ma certamente due realtà – quella egiziana e quella di Gaza – sotto controllo stretto degli spazi fisici e socio-politici (dall'articolo di Poya Pakzad, precedentemente inviato, l'uso fatto dal Governo di Gaza di questa delegazione risulta evidente).

Alcune considerazioni politiche
 La responsabilità politica e morale del governo egiziano. Il divieto di passare il confine di Gaza imposto dagli egiziani, sommato all’interdizione di qualsiasi raggruppamento di più di sei persone, la cancellazione di conferenze stampa e meeting unitari dei delegati internazionali, uno stretto controllo delle delegazioni attraverso i funzionari dei servizi di sicurezza dello Stato e della polizia turistica, costituiscono solo una parte della responsabilità politica e morale del Governo egiziano. Anche la dichiarazione del Ministro degli Affari Esteri Egiziano, che ha descritto la grande maggioranza degli internazionali che partecipavano alla Gaza Freedom March come hooligans e provocatori, non come dei veri gruppi di solidarietà, dipingendo tutti noi come collaboratori al servizio di forze “fanatiche” e “distruttrici”, va considerato come un tentativo di delegittimazione della società civile internazionale presente al Cairo, usato dal governo egiziano per nascondere la propria responsabilità politica e morale riguardo all’assedio di Gaza.
 I limiti organizzativi. I principali emergono sostanzialmente nelle conclusioni della riunione del 2-1 (ECCP) sopra riportate. La Gaza Freedom March non è stata fatta; al suo posto, un mosaico di iniziative di varia intensità e visibilità al Cairo. 1300 persone si sono concentrate da mille angoli del mondo con un obiettivo che era stato dichiarato anticipatamente problematico, ma che sul posto e nell'analisi attuale delle situazioni è apparso molto più aleatorio di come era stato prospettato; e mai le 1300 persone sono state viste tutte insieme, tutte attive. Questo intreccio di elementi critici di processo e, conseguentemente, di esito rappresenta il dato tangibile a impatto immediato – e frustrante – per tutti noi che avevamo investito politicamente e affettivamente in quell'iniziativa. La cronaca di quei giorni dice però di più, quanto a punti critici. Forse c’è stato un eccesso di aspettativa nei confronti di Code Pink nella fase organizzativa, non solo rispetto al dilemma primario: si va o non si va a Gaza; ma anche rispetto alla conduzione del percorso alternativo costruito al Cairo, dovuto a un comportamento di delega visto che l’iniziativa era loro. Probabilmente, ancora più a monte, l'errore è stato quello di non avere in mente ciò che al Cairo qualcuno di noi definiva “il piano B”; vale a dire una traccia già abbastanza consolidata delle iniziative possibili e delle loro modalità di attuazione, delle trattative praticabili con gli egiziani, delle forme di coordinamento necessarie tra i gruppi; in sintesi, di tutto ciò che avrebbe dovuto riempire del miglior contenuto politico possibile quei giorni stante l'altissima probabilità dell'insuccesso del “piano A”, la Marcia su Gaza. Anche il Forum di 2 giorni su Gaza, è stato proibito dal Governo egiziano, come anche la conferenza stampa del 27 dicembre. E’ infine stata sottovalutata la possibilità di relazionarsi con referenti egiziani (associazioni di opposizione al governo e di solidarietà con Gaza).
Le difficoltà di comunicazione Collateralmente a questi elementi di debolezza strutturale del progetto va considerato un problema rilevato da molti e sommariamente definibile come problema di comunicazione. Era difficile comunicare tra i gruppi, tra quelli di diversa nazionalità e tra le metà o le varie parti di quelli della stessa. Certo il Cairo non aiuta, è grandissimo e la rete informatica è intenzionalmente esile, i supporti in loco inaspettatamente scarsi; ma, altrettanto certo, molta improvvisazione e, ancora, impreparazione mentale a quanto stavamo affrontando balzava agli occhi quotidianamente. Così come debole e tardiva ci è apparsa la comunicazione – la nostra comunicazione, tanto per cominciare – di ciò che facevamo, di ciò che accadeva, ai mezzi di informazione italiani. Quando invece avremmo potuto evitare imprecisione e accrescere valore rispetto al faticoso lavoro che pure stavamo facendo.
Risultati positivi Un lavoro di cui va presentata la parte positiva a chiusura di questo resoconto. Il silenzio ovattato su Gaza è stato rotto, la polvere che lentamente scende su tutto e tutto copre, anche i dolori più laceranti, è stata soffiata via. Con inesattezze neppure troppo gravi i media hanno parlato di noi, e di Gaza. Intorno a ogni pacifista partito/a per quel tentativo decine di persone a lui/lei legate hanno rivolto a Gaza attenzione, apprensione, interesse. Ma soprattutto ognuno di noi, in giro con pettorine e cartelli, ha visto egiziani sorridere con riconoscenza alzando il pollice o sussurrando “welcome” al volo da un'auto; ha sentito suonare anonimi clacson di approvazione al di là di una barriera di poliziotti; addirittura qualcuno è stato timidamente fermato per strada, una stretta di mano e “grazie per essere qui a sostenere la Palestina”. La politica ha momenti alti e vibranti. La caduta del muro di Berlino è stata esaltante per chi l’ha vissuta, ma purtroppo altri muri nel frattempo sono stati eretti e continuano ad essere costruiti e il nostro impegno richiede quindi una continuità. La riconoscenza della popolazione egiziana è riconoscimento di valore a quell'azione contraddittoria e difettosa compiuta al Cairo da 1300 cittadini del mondo tesi all'impresa di portare la propria testimonianza di solidarietà e di pace a Gaza e a tutta la Palestina.

Associazioni e reti aderenti alla Gaza Freedom march e alla Delegazione Action for Peace/ECCP
ARCI
Associazione per la pace
Agronomi e Forestali Senza Frontiere
Berretti Bianchi
Centro Mondialità Sviluppo Reciproco
Coordinamento Nord Sud del Mondo
Donne in nero
FIOM-CGIL
Ebrei contro l'occupazione
IPRI-Rete corpi civili di pace
Operazione Colomba
Rete Radié Resh
Senza paura Restiamo umani – Genova
Servizio Civile Internazionale Italia
Time for peace - Genova
Un ponte per...
U.S. Citizens for Peace & Justice – Rome
Wael Zwaiter - per la protezione del popolo palestinese – Massa
WILPF - Italia
Women cycle march
 

 

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