"Hand in Hand for the Future": Una tregua per l'infanzia negata nei campi profughi palestinesi del Libano

Nelle geografie strette e soffocanti dei campi profughi palestinesi in Libano—Shatila a Beirut, Naher el Bared a Tripoli, Rashidieh a Tiro, Wavel nella valle della Bekaa—il tempo sembra essersi fermato, ma la crisi educativa avanza, implacabile e silenziosa. È una crisi che si misura in percentuali che raccontano di futuri interrotti: il 37% dei bambini abbandona la scuola a undici anni, una cifra che sale a un drammatico 60% a quindici anni. L’8% di loro, poi, non varcherà mai il cancello di un’aula. Sono numeri che emergono da un contesto di povertà materiale e psicologica, di traumi stratificati, di scuole gestite dall’UNRWA dove il sovraffollamento, la carenza di insegnanti e il sottofinanziamento cronico hanno creato un sistema al limite del collasso.
Proprio in queste crepe profonde del sistema si inserisce "Hand in Hand for the Future", un progetto che non è solo una risposta educativa, ma un tentativo corale di riannodare i fili spezzati dell’infanzia. Nato nel 2022 dall’alleanza tra l’Associazione per la Pace e tre organizzazioni locali—Children and Youth Center, Al Jalil Development Association, Al Jalil Social Benevolent Association—e sostenuto da donatori privati, dall’8x1000 della Chiesa Valdese e dalla CYC Foundation di Göteborg, il progetto ha ampliato il suo raggio d’azione dopo i recenti conflitti armati che hanno ulteriormente ritardato la riapertura delle scuole e segnato i bambini con nuovi traumi.
L’idea di fondo è semplice nella sua ambizione: per combattere l’abbandono scolastico non basta fornire ripetizioni. Occorre un approccio "a cerchi concentrici" che coinvolga l’intera comunità educante, perché la scuola, da sola, non può reggere il peso di un disagio così radicato. Il primo cerchio, il più immediato, è quello degli studenti in difficoltà, selezionati attentamente attraverso le segnalazioni degli insegnanti UNRWA e delle famiglie stesse. Per loro, in ciascuno dei quattro campi, vengono organizzate lezioni di recupero mirate in matematica, arabo, inglese, scienze e storia. Le classi sono piccole, i percorsi personalizzati, gli orari flessibili per adattarsi ai doppi turni imposti dalla carenza di aule. Venticinque insegnanti, per lo più giovani laureati palestinesi che vivono nei campi—una scelta precisa per valorizzare le risorse locali e garantire una comprensione profonda del contesto—lavorano con l’obiettivo di riportare ogni bambino al livello della sua classe, per poi monitorarlo e lasciare il posto a un altro. È un lavoro di precisione, un tentativo di turare le falle di una nave che continua a imbarcare acqua.
Ma il recupero delle competenze non basta. La perdita di motivazione, l’apatia, lo sguardo sfuggente di chi si è già arreso davanti alle difficoltà, sono nemici altrettanto subdoli. Per questo, accanto alle lezioni, un secondo cerchio di intervento si apre con incontri motivazionali di gruppo e individuali, condotti da istruttori e supportati dalla presenza part-time di uno psicologo. Sono spazi di ascolto attivo, dove affrontare il tema della dispersione non come un fallimento, ma come un problema collettivo da superare, rafforzando l’autostima e la capacità di resilienza dei ragazzi.
Il terzo, cruciale cerchio, abbraccia gli adulti di riferimento: gli insegnanti e le famiglie. Gli insegnanti delle scuole UNRWA, spesso membri della stessa comunità e gravati dagli stessi problemi economici, si sentono lasciati soli di fronte a classi "multiproblematiche". Il progetto organizza per loro incontri con i facilitatori, momenti di sinergia con i docenti di sostegno per condividere strumenti di didattica inclusiva e riflettere su una "Pedagogia dei Diritti" che possa far fiorire, non soffocare, le singole potenzialità.
Infine, il cerchio più ampio e forse più delicato: quello delle famiglie. Vivere in condizioni di povertà estrema, sovraffollamento e disoccupazione cronica non lascia energie per seguire il percorso scolastico dei figli, spesso percepito come un lusso. Gli incontri con i genitori, guidati da facilitatori e volontari, mirano a costruire un ponte empatico con la scuola, a convincere che nessuna forza di cambiamento è più potente dell’educazione, e che la loro partecipazione è vitale per spezzare il ciclo della povertà.
L’intero progetto, amministrato in loco con la supervisione costante dell’Associazione per la Pace, si regge su una logica di sostenibilità e sinergia. Il gruppo di sostegno italiano opera su base volontaria, senza pesare sul budget, mentre il coordinamento tra i campi massimizza le risorse e le competenze. I beneficiari diretti sono 600 studenti tra i 6 e i 15 anni, ma l’onda lunga del progetto tocca le loro famiglie, gli insegnanti formali, e, in definitiva, tesse i fili di una comunità che prova a riprendersi in mano, letteralmente "mano nella mano", il proprio futuro. In un luogo dove tutto sembra ricordare un passato irrisolto, questo progetto è un atto di ostinata fiducia nel tempo che verrà.
