Sono passati due mesi dal 16 settembre, quando le proteste sono divampate in Iran in seguito alla morte della giovane iraniana Mahsa Amini, mentre era in custodia della polizia morale, fermata per aver infranto le rigide regole sull’indossare il copricapo islamico per le donne.

Durante le manifestazioni sono state uccise almeno 342 persone, di cui 42 bambini e 26 donne, secondo Iran Human Rights. Migliaia di feriti e almeno 14mila persone arrestate. Malgrado la repressione degli apparati di sicurezza iraniani, le proteste continuano in molte città.

Dottor Farhad M., lei dirige un’azienda importante e ha avuto anche responsabilità politiche in passato. Ci può aiutare a capire perché l’establishment ignora le rivendicazioni dei manifestanti?

Un passo indietro da parte del governo costituirebbe una sconfitta politica che minerebbe l’esistenza della stessa Repubblica islamica. Il governo non riconosce l’autenticità popolare delle proteste e12 Iranuprising attribuisce tutto all’opera dei suoi nemici all’estero. Alcuni personaggi politici, nei ranghi inferiori, cercano di fare pressione sul governo per ottenere alcune concessioni e abbassare la tensione. Tentano di svuotare le rivendicazioni del loro contenuto politico ed enfatizzano la parte economica e sociale: carovita, inflazione ecc. Ma il governo non ha né la possibilità né la capacità di attuare riforme immediate. Basta guardare all’andamento del cambio di valuta estera. La nostra moneta ha perso circa l’8% del suo valore rispetto al dollaro in una settimana. Questi sbalzi sconvolgono il mercato, da giorni sono spariti medicinali dagli scaffali delle farmacie.

Qual è la linea che il governo intende seguire?

All’inizio il regime ha applicato una repressione «moderata» sperando in un esaurimento delle proteste, ma sono continuate. Poi ha colpito chiunque possa avere una certa influenza «negativa» sul pubblico: giornalisti, insegnanti, medici, artisti, sportivi. Nel frattempo utilizza la sua potente macchina di propaganda contro il movimento. I religiosi presenti capillarmente sul territorio nazionale hanno intonato sermoni contro i rivoltosi. Sono state organizzate manifestazioni pro-governative e i tribunali hanno cominciato a processare gli arrestati. Il parlamento ha chiesto la pena di morte per i rivoltosi.

Se tutto ciò non riesce a sedare le manifestazioni, la repressione potrebbe aumentare e colpire la piazza duramente. Ali Jahormi, portavoce del governo, ha detto a una platea di studenti che le forze di sicurezza potevano usare i proiettili già dal primo giorno delle manifestazioni ma non lo hanno fatto. In realtà sta dicendo: se non smettete rischiate i proiettili mortali. I comandanti militari annunciano che possono schiacciare il movimento come le mosche. Questa è la via che il potere sembra aver scelto ma non c’è nessuna garanzia di mettere un punto finale anche se la piazza verrà repressa duramente. L’aumento delle vittime può svegliare la coscienza dei religiosi moderati, dei ceti sociali non pienamente coinvolti con il regime e delle forze di sicurezza. Cosa farà un poliziotto se si troverà a reprimere la protesta del suo stesso figlio in piazza?

Abdul Hamid, imam di Zahedan, ha chiesto un referendum. Può essere una soluzione?

Hamid chiede un referendum con osservatori internazionali! Indipendentemente dal fatto che la proposta viene dal clero sunnita e che agli occhi di intransigenti sciiti è un affronto, l’accettazione della proposta per l’establishment equivale a una resa. Poi chi potrebbe garantire la correttezza dello svolgimento del referendum e chi assicura l’accettazione del risultato?

I riformisti, molto attivi negli anni passati, possono svolgere un ruolo di mediazione?

La gente ha posto la sua speranza di cambiamento sui riformisti nel passato. Pensate alla elezione di Khatami e Rouhani. Ma cosa è successo? Che cosa hanno cambiato? La libertà di stampa o la limitazione della polizia morale propagandata è stata velocemente spazzata via. Le proteste di tre anni fa durante il governo Rouhani sono state represse con centinaia di morti. L’opposizione riformista viene vista come semplice complice del potere. La piazza chiede cambiamenti sostanziali. I riformisti non possono esserne gli artefici.

Se la maggioranza del paese è scontento, allora chi difende il sistema?

Per prima cosa, la maggioranza non è una massa monolitica che agisce insieme, infatti non si è riversata uniformemente in piazza. Ognuno ha le sue paure, timori, speranze, e agisce in forma diversa. C’è bisogno di tempo per arrivare a un punto convergente nell’azione. Poi c’è chi difende lo Stato, ovviamente coloro che detengono le chiavi del potere e una larga platea sottostante sommata a chi crede nel sistema come unica porta del paradiso.

Ci sono, però, pensatori, accademici, religiosi, persone assolutamente per bene, che malgrado non condividano le brutali azioni del sistema non vedono il suo rovesciamento come una soluzione. Hanno paura dell’intrusione degli stranieri. Non hanno nessuna fiducia nel mondo occidentale e non ne riconoscono il vigore morale con i suoi palesi «due pesi e due misure». Hanno dubbi quando la Germania difende i diritti umani in Iran o quando il presidente francese riceve ufficialmente una figura dell’opposizione iraniana all’estero. È palese che ci sono sotto altre questioni, accordo sul nucleare, rifornimento delle armi alla Russia e così via. Hanno paura della disgregazione del paese, il piano che sauditi e israeliani portano avanti. Può sembrare retorica noiosa ma Iraq e Afghanistan sono due esempi da non ignorare. Credono che un eventuale vuoto di potere aprirà ondate di dollari che possono portare il paese ovunque. Non vogliono avere un regime fantoccio comandato da Washington, Pechino o Mosca.

Qual è secondo lei la soluzione?

Una serie di riforme strutturali: dimissione del governo e del parlamento; elezioni libere senza censura della commissione dei Guardiani che in passato ha escluso molti candidati; rilascio di prigionieri politici; una serie di riforme legislative inclusa la libertà per la costituzione dei partiti e il non obbligo del velo. Dubito che il potere accetti tale soluzione anche se è sicuramente un’opzione su cui si sta discutendo. Ogni giorno che passa aumentano le vittime e diventa poco probabile che anche la piazza accetti tale soluzione. Inoltre la carenza di fiducia tra popolazione e potere, sommata alla mancanza di figure rappresentative e credibili, rende questa soluzione di difficile attuazione.