Dai Balcani al cuore dell'Africa

La fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila segnano per l'Associazione per la pace un ulteriore salto di qualità nel modo di stare nei luoghi di conflitto e di fragilità. Non più soltanto carovane e manifestazioni, ma progetti radicati nel quotidiano delle comunità, costruiti con pazienza, finanziati grazie alla rete degli enti locali e al sostegno di chi crede che la pace si costruisca anche mattone dopo mattone, laboratorio dopo laboratorio.

È in questo spirito che nasce "Dialoghi di pace", un progetto realizzato in collaborazione con alcuni enti locali che hanno scelto di investire risorse concrete nella costruzione di un dialogo tra due etnie in conflitto. L'esperienza maturata nella città di Mitrovica — città divisa, sospesa tra Serbia e Kosovo, dove il ponte sul fiume Ibar è ancora una frontiera invisibile ma durissima — ha convinto l'Associazione che non basta portare solidarietà a intermittenza. Occorre restare. Una presenza non invadente ma persuadente, capace di mettere in relazione le persone e di far sentire meno soli coloro che vivono la condizione di minoranza.

Il cuore del progetto è la creazione di un centro comunitario a Mitrovica nord, uno spazio di incontro e confronto per serbi, albanesi e le altre realtà presenti sul territorio. In una città dove è ancora prematuro parlare di riconciliazione, la presenza di operatori esterni — riconosciuti come interlocutori da entrambe le parti — è garanzia di accesso e partecipazione per le fasce più deboli, quelle che in un contesto di post-conflitto e violenza diffusa rischierebbero altrimenti di restare ai margini. Il centro collabora con le scuole albanesi e serbe di Mitrovica nord, organizza laboratori, corsi di alfabetizzazione informatica, attività psicosociali per bambini, adolescenti e donne. L'obiettivo dichiarato non è quello di evitare il conflitto, ma di affrontarlo in modo costruttivo e nonviolento: lavorare con i bambini significa anche lavorare sull'aggressività che è spesso l'eco di paure e ricordi del conflitto, alimentata dalla violenza che ancora li circonda. Una sala multimediale e una sala-laboratorio per videoproiezioni diventano i luoghi dove serbi e albanesi siedono allo stesso tavolo, imparano insieme, producono insieme un sito web in tre lingue — inglese, serbo-croato e albanese — come atto concreto e simbolico di costruzione comune. I beneficiari più motivati diventano a loro volta "operatori di pace", protagonisti e non semplici destinatari del progetto. In parallelo, le scuole venete avviano scambi con le scuole di Mitrovica: materiali, racconti, incontri. La cooperazione decentrata come pratica di pace.gaza 2

Mentre a Mitrovica si lavora sul dialogo interetnico, in Palestina l'Associazione per la pace sostiene un progetto di tutt'altro genere, ma ugualmente radicato nella convinzione che la dignità economica sia un pilastro irrinunciabile di qualsiasi processo di pace. Nel Governatorato di Jenin — il più povero di tutti i Territori Palestinesi, flagellato dalla disoccupazione, dalle confische di terre per la costruzione del Muro di Separazione e dalle incursioni militari israeliane — l'associazione locale AOWA (Association for Women Action for Training and Rehabilitation) porta avanti dal 2003 progetti di sviluppo rivolti alle donne. Il 77% delle famiglie di Jenin vive sotto la soglia di povertà; il 35% è sostenuto economicamente da donne sole. È a loro che si rivolge il progetto di una fabbrica di sapone: un'iniziativa che valorizza un'abilità tradizionale delle donne di Jenin — la lavorazione artigianale del sapone — e la trasforma in competenza produttiva moderna, con attrezzature industriali, formazione tecnica, accordi di esportazione e punti vendita sul mercato locale. Dieci famiglie trovano così una fonte di reddito. Ma il risultato più importante, annotano i documenti del progetto, è un altro: il rafforzamento dell'autostima, la riduzione della pressione psicologica, la conquista di un'autonomia che nessuna occupazione può facilmente sottrarre.

Lo sguardo dell'Associazione per la pace si spinge anche oltre il Mediterraneo, fino al cuore dell'Africa. Attraverso il gruppo Africa nel Cuore, prende forma un articolato progetto di cooperazione nella Repubblica Democratica del Congo, nella Diocesi di Luebo, Parrocchia San Pietro: una località remota, a un centinaio di chilometri dalle città più vicine, Kananga e Luebo. L'obiettivo è la realizzazione di una scuola professionale — falegnameria, cucito, costruzioni — per offrire ai giovani della zona strumenti concreti di futuro. Il progetto è complesso e viene affrontato per gradi, scegliendo di cominciare dall'intervento meno costoso e più immediato: la costruzione di tre porcili e l'acquisto di quindici maiali, una prima fonte di sostentamento per la comunità. Poi, passo dopo passo, la ristrutturazione dell'edificio scolastico — frequentato da duecentocinquanta allievi per turno, due volte al giorno — e infine la costruzione dei laboratori. La raccolta fondi avviene attraverso iniziative locali, in collaborazione con associazioni del territorio e con il sostegno delle parrocchie: vendita di gadget, magliette, manufatti donati da volontari. Il messaggio che muove tutto è semplice e tenace: la solidarietà non ha confini.

Sono progetti diversi per geografia, contesto e strumenti, ma accomunati da una stessa visione: la pace non si proclama soltanto nelle piazze, si costruisce nei dettagli del quotidiano, nelle mani di una donna che impara a fare il sapone, nell'aula di una scuola nel bush congolese, in un laboratorio informatico dove un bambino serbo e uno albanese guardano insieme lo stesso schermo.

Giovani, campi e futuro: il Libano al centro

Se nei Balcani e in Africa l'Associazione per la pace aveva imparato a costruire presenza stabile e progettualità di lungo periodo, è nel Libano dei primi anni Duemila che questa vocazione si fa più intensa e articolata. Il Libano è il paese più multiculturale, multietnico e multireligioso del Medio Oriente, ma è anche un paese dove le divisioni politiche, religiose ed etniche — sommate alle tensioni internazionali dell'area — rischiano in ogni momento di trasformarsi in violenza aperta. E il rischio è più alto tra i giovani: le strutture pubbliche educative non prevedono alcun programma di educazione alla nonviolenza e alla tolleranza. La guerra più recente ha prodotto, sotto il segno dell'emergenza, una straordinaria compattazione nella società civile libanese. Ma dopo il cessate il fuoco quel legame mostra tutta la sua fragilità. È un'opportunità da non sprecare.

È in questo contesto che l'Associazione per la pace costruisce un programma di educazione alla pace rivolto ai giovani libanesi tra i dieci e i sedici anni, quelli che frequentano i centri di aggregazione giovanile, nei momenti del gioco e dello svago, quando sono più disponibili all'ascolto e alla discussione, lontani dall'obbligo scolastico. Il progetto forma anzitutto un gruppo di educatori locali — figure capaci di proseguire il lavoro ben oltre la durata del progetto stesso, nelle scuole e nei centri giovanili — e poi li accompagna nella realizzazione di laboratori su nonviolenza, risoluzione pacifica dei conflitti, intercultura e diversità. L'approccio non è ideologico: non si tratta di imporre una visione del mondo, ma di partire dai conflitti quotidiani — in famiglia, tra amici, nel quartiere — per costruire un'attitudine alla negoziazione e alla cooperazione. Studi sociologici e psicologici hanno dimostrato che non si possono praticare metodi pacifici nelle istituzioni pubbliche se non ci si è prima esercitati a farlo nelle relazioni interpersonali. È da lì che si comincia. I beneficiari diretti sono circa duecento ragazzi; quelli indiretti — familiari, amici, reti di relazione — almeno il doppio.

Parallelamente, un gruppo di giovani volontari italiani porta avanti il progetto "Intrecciando idee per il futuro", che porta la propria attenzione su un angolo spesso dimenticato della questione palestinese: i profughi nei campi libanesi. Il campo di Shatila, a sud di Beirut, esiste dal 1949. Vi vivono oltre dodicimila palestinesi, privi del diritto al lavoro, alla proprietà, alla cittadinanza, spesso anche all'acqua corrente e all'elettricità. Il tasso di analfabetismo femminile sfiora il 26%; il 60% dei giovani abbandona la scuola per contribuire al reddito familiare. Il progetto sceglie di non affidarsi alla mediazione dei media, troppo spesso piegati alla generalizzazione e allo stereotipo: manda invece due suoi rappresentanti direttamente nel campo, per due settimane, a raccogliere testimonianze, fotografie, documenti. Il materiale raccolto diventa un reportage fotografico e un documentario, strumenti di una formazione "esterna" che si svolge per strada, davanti alle scuole del Municipio XI di Roma, con banchetti, gazebo e un camper colorato. Due giovani palestinesi di Shatila vengono invitati in Italia per partecipare direttamente alla seconda fase del progetto e condurre, insieme ai volontari italiani, seminari e incontri con i loro coetanei romani. L'obiettivo non è somministrare una verità, ma aprire una conversazione: usare il gruppo come microcosmo di un ordine del mondo più giusto, dove interdipendenza, giustizia sociale e partecipazione si imparano praticandole ogni giorno.

Ma il Libano riserva all'Associazione anche scenari di emergenza improvvisa. Nell'estate del 2007, nel campo profughi di Nahr el-Bared, nel nord del Libano, scoppia un violento combattimento tra l'esercito libanese e i miliziani di Fatah al-Islam, gruppo ritenuto vicino ad Al Qaeda. La battaglia dura tutta l'estate. Quando in settembre i combattimenti cessano, il campo è totalmente distrutto. Circa seimilacinquecento famiglie lo abbandonano in massa, trovando rifugio nel vicino campo di Beddawi. Le macerie — oltre seicentomila metri cubi — vengono lentamente rimosse sotto mandato ONU, ma la ricostruzione non inizia. I rifugiati non possono rientrare nel "campo vecchio", il cui accesso è controllato dall'esercito. La rabbia cresce.

Quando una parte del campo viene parzialmente riaperta, e alcune famiglie cominciano a fare ritorno alle abitazioni meno danneggiate, l'Associazione per la pace sostiene il lavoro di Palestinian Children and Youth Initiative (PYCI), che opera direttamente nel campo con i bambini di queste famiglie: famiglie che vivono in alloggi di fortuna, che con enormi difficoltà economiche cercano di ricostruire le proprie case, e che nel frattempo devono fare i conti con il trauma di un'estate di guerra. La società civile e le organizzazioni non governative, è la convinzione che guida il lavoro, possono fare quello che i governi non fanno: stare accanto a queste famiglie nel processo lento e doloroso di riappropriazione della propria vita.

Campi profughi, laboratori di pace, mostre fotografiche per le strade di Roma, educatori formati a Beirut: sono facce diverse dello stesso impegno. La pace, per l'Associazione, continua a essere un lavoro capillare, ostinato, che non conosce confini geografici né disciplinari.

Campo di Shatila: una presenza che si radica

Il campo di Shatila non è mai uscito dall'orizzonte dell'Associazione per la pace. Anzi, negli anni diventa uno dei luoghi simbolo del suo impegno nel Mediterraneo: un luogo dove tornare, dove costruire, dove restare. Un chilometro quadrato di cemento e sovraffollamento, a sud di Beirut, dove vivono oltre ventimila palestinesi — e dove, con l'arrivo della crisi siriana dal 2011, la popolazione è quasi raddoppiata con l'afflusso dei Palestinesi Provenienti dalla Siria (PPS). Un'emergenza nell'emergenza. Il 91% delle famiglie PPS vive senza cibo sufficiente o senza il denaro per acquistarlo. Il 70% non ha nessun membro con un lavoro. Le case sono sovraffollate: in media sette persone per abitazione, spesso meno di tre metri quadrati e mezzo a testa. Un terzo delle famiglie è guidato da sole donne.

In questo contesto, la protezione dell'infanzia diventa la priorità più urgente. Gli otto asili nido presenti nel campo, gestiti da organizzazioni non profit a complemento dei servizi dell'UNRWA, raggiungono solo poche centinaia di bambini su una popolazione che supera ogni capacità strutturale immaginabile. L'Associazione per la pace sostiene allora la costruzione di un nuovo edificio destinato a un asilo nido: una piccola "Tenda di Pace", uno spazio protetto per i bambini tra i tre e i sei anni, dove possano ricevere attenzione, cura, sostegno. Non solo per loro: anche per le madri, spesso sole, impegnate ogni giorno nella lotta per soddisfare i bisogni primari della famiglia. In un campo dove il tasso di analfabetismo femminile supera il 23% e dove il 50% dei giovani abbandona la scuola a sedici anni, ogni spazio educativo conquistato è un atto di resistenza.

Ma l'Associazione per la pace sa che la cura dell'infanzia non si esaurisce nelle aule. Dal 2010, attraverso il progetto "Sport in Shatila" — nato in collaborazione con il Children & Youth Center (CYC), l'associazione indipendente palestinese radicata nel campo — vengono offerte ai bambini e ai ragazzi tra i sei e i diciotto anni attività sportive gratuite, in particolare il calcio. Il progetto nasce quasi in sordina, con un finanziamento del Comune di Padova e la fornitura gratuita di attrezzature da parte di Decathlon Italia per cinquanta bambini. Negli anni cresce, grazie al sostegno della Tavola Valdese, fino a coinvolgere — dal 2015 — oltre centottanta ragazze e ragazzi, seguiti da allenatori qualificati. Lo sport come educazione informale, come sviluppo comunitario, come strumento di controllo degli impulsi aggressivi in un ambiente dove non è difficile cadere preda della violenza e dell'estremismo, per assenza di alternative creative e di prospettive future.

La dimensione del progetto cresce ulteriormente quando entra in campo l'Associazione Italiana Allenatori Calcio (AIAC). Vengono organizzati corsi professionali per allenatori locali provenienti da vari campi profughi del Libano: il presidente dell'AIAC, Renzo Ulivieri, noto nel mondo del calcio internazionale, guida per quattro anni consecutivi il training. I principali quotidiani libanesi — Al Hayat e Al Safir — dedicano ampio spazio all'iniziativa, apprezzando quella che definiscono la "lingua del calcio per l'integrazione e la fiducia in sé stessi". I certificati rilasciati agli allenatori locali hanno valenza internazionale: un piccolo passaporto professionale in un paese che nega ai palestinesi quasi ogni accesso al mercato del lavoro.

L'azione nel Libano si estende anche alla società civile libanese nel suo complesso. A vent'anni dalla fine della guerra civile del 1990, il paese porta ancora i segni irrisolti del confessionalismo, delle tensioni settarie, dell'influenza destabilizzante degli attori regionali. La guerra del 2006 con Israele, la crisi di Nahr el-Bared nel 2007, gli scontri armati del maggio 2008, e poi la crisi siriana: ogni trauma si stratifica sul precedente, alimentando sentimenti diffusi di instabilità, paura e sfiducia. I giovani crescono in una realtà fatta di aggressività, frustrazione, indottrinamento politico. Il rischio che vengano attratti nella violenza è concreto. L'Associazione per la pace risponde con un intenso ciclo formativo di 180 ore — un Training of Trainers — rivolto a membri dei Consigli dei Genitori e a operatori di ONG locali, su strumenti di prevenzione del conflitto. La metodologia è quella dell'educazione tra pari (peer education): i partecipanti diventano essi stessi formatori, capaci di moltiplicare le competenze acquisite nelle proprie comunità, promuovendo la partecipazione attiva dei giovani e creando sinergie tra diverse organizzazioni nell'area euro-mediterranea.

Lo sguardo si allarga ancora, raggiungendo il Nordafrica. In Tunisia, dopo la rivoluzione del 2011, sono nate oltre cinquemila nuove associazioni: la società civile tunisina vuole contribuire a costruire la nuova democrazia, ma le competenze e gli strumenti mancano, e manca soprattutto un quadro sistematico che regoli i rapporti tra Stato e società civile. Il progetto — che coinvolge Italia, Turchia, Palestina, Libano e Tunisia — sostiene il partner tunisino nell'organizzare momenti di dibattito e formazione nel governatorato di Sidi Bouzid, nelle città più remote di Regueb, Essaida e Mezzouna, aree a rischio di infiltrazioni estremiste per la loro vicinanza alla Libia. Associazioni della società civile, istituzioni locali, parti sociali e organizzazioni religiose vengono messe intorno allo stesso tavolo: perché la democrazia non è solo un cambiamento organizzativo, ma una trasformazione profonda delle regole che governano le relazioni tra gli attori di una società.

Dalla sponda nord a quella sud del Mediterraneo, dal calcio nel fango di Shatila ai tavoli di dialogo nel governatorato di Sidi Bouzid, l'Associazione per la pace continua a tessere una rete paziente e capillare. Fili diversi, la stessa trama.

Children of Hope: costruire futuro mattone dopo mattone

Con il nuovo decennio l'Associazione per la pace consolida e approfondisce la propria presenza nei campi profughi libanesi, trasformando quello che era stato un impegno d'emergenza in una rete strutturata di servizi educativi, psicosociali e culturali. Il partner locale è il Children & Youth Center (CYC), un'organizzazione palestinese con trent'anni di esperienza radicata nei campi, capace di raggiungere oltre millequattrocento tra bambini e adulti nelle sue diverse attività. È su questa base solida che l'Associazione costruisce il programma "Children of Hope", che abbraccia contemporaneamente i campi di Shatila e di Nahr el-Bared.

A Nahr el-Bared — il campo vicino Tripoli totalmente distrutto nel 2007 durante i combattimenti con Fatah al-Islam e ancora, tredici anni dopo, in attesa di una ricostruzione completa — il centro gestito dal CYC accoglie ottantacinque bambini tra i tre e i sei anni al piano inferiore, e duecento ragazzi tra i sei e i quattordici anni al piano superiore, dove si svolgono classi di sostegno scolastico in arabo, matematica, scienze e inglese, organizzate su due turni giornalieri per cinque giorni a settimana. La chiusura militare imposta sull'intero campo rende la vita quotidiana durissima; il centro diventa così uno degli unici spazi di normalità e protezione per chi vi abita.

A Shatila, nel 2017, grazie al contributo finanziario di numerosi donatori — tra cui la Tavola Valdese — l'Associazione per la pace porta a compimento la costruzione del nuovo asilo nido, che apre le sue porte nell'anno scolastico 2019/2020 con il nome di "Alma". Uno spazio finalmente pensato per i bambini in un campo dove lo spazio è sempre stato rubato alla vita: aule equipaggiate e messe in sicurezza, un programma quotidiano che alterna attività logico-pratiche, giochi espressivi, esercizi di linguaggio, laboratori di Art Therapy. Per i più piccoli — tre e quattro anni — disegno e pittura; per i più grandi — cinque e sei anni — creazioni manuali e danza. Tecniche di respirazione controllata e rilassamento muscolare per aiutare i bambini a governare l'ansia e le emozioni accumulate in un ambiente che di rassicurante ha ben poco. Uno psicologo esperto affianca le operatrici, offrendo anche sessioni di counseling alle madri dei bambini con disturbi socio-psicologici. Ogni giorno, un pasto caldo: perché la sicurezza alimentare è parte integrante di qualsiasi progetto educativo che voglia essere onesto con la realtà in cui opera. Dieci incontri annuali con i genitori completano il quadro: non per informarli, ma per coinvolgerli, facendo delle famiglie partner attivi dell'asilo. Il dialogo si traduce in una sinergia di responsabilità che sostiene i genitori stessi — quasi sempre le madri — nel loro percorso di crescita educativa accanto ai figli.

Poi arriva la pandemia. Il 2020 porta con sé nuove difficoltà: ai problemi strutturali dei campi si somma la gravissima crisi economica che devasta il Libano, una delle peggiori al mondo. Le scuole chiudono per oltre un anno. I bambini che già faticavano a restare a scuola ora abbandonano definitivamente. Molti sono costretti a lavorare in condizioni brutali per contribuire al reddito familiare. Il tasso di iscrizione alla scuola superiore nei campi scende al 40%. L'Associazione per la pace non si ferma: applica un rigoroso protocollo sanitario, dedica l'intero mese di settembre alla formazione degli operatori in loco, e riapre i centri. I centosessanta beneficiari diretti — sessanta bambini per campo — continuano a ricevere cura, educazione e quel pasto caldo che per molti di loro è il pasto più sostanzioso della giornata.

L'impegno si estende anche ai campi di Wavel e Rashidieh, dove l'afflusso di rifugiati siriani e palestinesi dalla Siria ha ulteriormente esasperato strutture educative già fragili. Qui il progetto di sostegno allo studio interviene in orario extrascolastico con tutor e metodologie non formali — cooperative learning, peer tutoring — per raggiungere quei ragazzi che le scuole dell'UNRWA non riescono più a trattenere. Uno spazio accogliente, non giudicante, dove l'insuccesso scolastico non è una colpa ma un punto di partenza. Perché imparare a studiare significa anche imparare a stare con sé stessi, a gestire la frustrazione, a scoprire che si è capaci.

Ma l'Associazione per la pace sa che non basta riempire le ore di scuola. C'è un'altra forma di educazione che nei campi manca quasi del tutto: quella artistica. Il progetto "Free Wings Dancing" nasce dalla constatazione che i giovani dei campi, malgrado tutto, conservano un legame appassionato con la loro danza folkloristica tradizionale. La danzano come atto di identità, come trasmissione di memoria, come affermazione di esistenza. Ma lo fanno senza sostegno, senza formazione, senza la possibilità di varcare i confini invisibili del campo e mostrare al mondo chi sono. Il progetto finanzia laboratori di danza collettiva condotti da insegnanti qualificati, in un ambiente protetto dove coordinazione, ritmo e spazio si armonizzano attraverso il gioco. La danza di gruppo insegna a stare con gli altri, a rispettare le regole, a costruire fiducia in sé stessi e negli altri: un percorso di autostima che nessun manuale scolastico potrebbe replicare. I ragazzi imparano anche a organizzare i propri spettacoli — a pianificarli, a negoziare gli spazi, a gestire la logistica — acquisendo autonomia e capacità organizzativa. Il momento dello spettacolo diventa così il più emozionante dell'anno: non solo una performance, ma la dimostrazione concreta che si può fare, che si vale, che si esiste al di là del campo.

L'orizzonte dell'Associazione in questi anni si allarga anche oltre il Mediterraneo orientale. In Turchia, nel Comune di Karşıyaka, un progetto rivolto alle donne profughe siriane — la fascia più vulnerabile tra i rifugiati — punta a rompere il loro isolamento e a inserirle legalmente nel mercato del lavoro. Corsi di formazione professionale in sartoria e produzione alimentare — settori tradizionali, accessibili anche a chi ha un basso profilo scolastico — si affiancano a un corso base di lingua turca e alla presenza di traduttori arabo-turco durante le lezioni. Mentre le donne si formano, i loro bambini partecipano a workshop di musicoterapia condotti da psicologi, pensati appositamente per chi porta i segni dello stress post-traumatico della guerra. Il risultato più duraturo del progetto è la costituzione di una cooperativa di produzione, registrata legalmente: un ombrello protettivo che mette le donne al riparo dallo sfruttamento e le aiuta a organizzarsi in modo autonomo. La cooperativa, battezzata "Insieme siamo più forti", vende i propri prodotti attraverso mercati locali di commercio solidale e un sito di e-commerce. Un nome che è già un programma.

Dalla danza folkloristica di Shatila alle cucine di Karşıyaka, dall'asilo nido di Alma alle aule di recupero di Wavel e Rashidieh: l'Associazione per la pace continua a costruire, con ostinazione e concretezza, piccoli spazi di futuro in mezzo alle macerie del presente.

Mano nella mano: l'educazione come atto di resistenza

L'Associazione per la pace allarga ulteriormente la propria rete nei campi profughi palestinesi del Libano. Non più solo Shatila e Nahr el-Bared, ma anche Rashidieh, nel cuore del sud del Libano, e Wavel, nella valle della Bekaa. Quattro campi, quattro geografie strette e soffocanti dove il tempo sembra essersi fermato mentre la crisi avanza, implacabile e silenziosa. Il 37% dei bambini abbandona la scuola a undici anni. Il 60% l'ha lasciata a quindici. L'8% non varcher­à mai il cancello di un'aula. Sono numeri che raccontano di futuri interrotti, di scuole dell'UNRWA sovraffollate e sottofinanziate, di un sistema al limite del collasso che la crisi economica libanese — una delle più gravi al mondo — e i recenti scontri armati tra Israele e Hezbollah hanno ulteriormente devastato.

A Rashidieh, campo che accoglie oltre trentunomila rifugiati palestinesi, l'Associazione per la pace interviene insieme al partner locale Associazione Al Jalil con un progetto di trasformazione radicale: un parco giochi abbandonato da anni — milleduecentocinquanta metri quadri nel cuore del campo — diventa un Centro Multi Attività per l'Infanzia e l'Adolescenza. Due sale, una cucina, una dispensa, tre bagni, una biblioteca pubblica ampliata con nuovi scaffali, libri e postazioni informatiche. Uno spazio aperto mattina e pomeriggio, gratuito, accessibile a tutti, monitorato da educatori e volontari. Un luogo dove circa duemila bambini tra i tre e i diciotto anni possono entrare liberamente e trovare quello che fuori non esiste: sicurezza, stimoli, possibilità.

Per i più piccoli, tra i tre e i sei anni, attività fisico-motorie e socio-emotive per costruire fiducia e benessere psicologico in corpi e menti che portano i segni di traumi profondi. Per i ragazzi tra i sette e i quattordici anni, laboratori artistici, artigianato con materiali riciclati, lettura e scrittura creativa, teatro, tennis da tavolo, scacchi: un'alternativa concreta alla strada, strumenti per esprimersi e rafforzare l'autostima. Corsi di recupero scolastico per i sessanta studenti più a rischio di abbandono. La biblioteca come presidio di conoscenza, luogo di emancipazione in un campo dove la conoscenza è spesso l'unica risorsa che nessuno può confiscare.

È su questa stessa convinzione — che l'educazione sia l'atto di resistenza più potente a disposizione di chi non ha quasi nient'altro — che nel 2022 nasce il progetto "Hand in Hand for the Future", la più ambiziosa iniziativa educativa che l'Associazione per la pace abbia mai costruito nei campi libanesi. L'alleanza che lo sostiene è larga: oltre all'Associazione per la pace, i partner locali Children and Youth Center, Al Jalil Development Association e Al Jalil Social Benevolent Association; i finanziatori l'8x1000 della Chiesa Valdese, donatori privati e la CYC Foundation di Göteborg. Quattro campi coinvolti simultaneamente — Shatila, Nahr el-Bared, Rashidieh, Wavel — per seicento studenti tra i sei e i quindici anni selezionati attraverso le segnalazioni degli insegnanti dell'UNRWA e delle famiglie stesse.11

L'idea di fondo è semplice nella sua ambizione: per combattere l'abbandono scolastico non basta offrire ripetizioni. Occorre un approccio a cerchi concentrici che coinvolga l'intera comunità educante, perché la scuola da sola non può reggere il peso di un disagio così radicato. Il primo cerchio è quello degli studenti: lezioni di recupero mirate in matematica, arabo, inglese, scienze e storia, in classi piccole con percorsi personalizzati e orari flessibili che si adattano ai doppi turni imposti dalla carenza di aule. Venticinque insegnanti — per lo più giovani laureati palestinesi che vivono nei campi stessi, una scelta precisa per valorizzare le risorse locali — lavorano per riportare ogni bambino al livello della sua classe, monitorarlo, poi lasciare il posto a un altro. Un lavoro di precisione ostinata.

Il secondo cerchio abbraccia la motivazione: perché la perdita di fiducia in sé stessi è un nemico altrettanto subdolo dell'insuccesso scolastico. Incontri motivazionali di gruppo e individuali, condotti da istruttori e supportati da uno psicologo presente a tempo parziale, aprono spazi di ascolto attivo dove la dispersione non viene trattata come un fallimento personale ma come un problema collettivo da affrontare insieme.

Il terzo cerchio raggiunge gli insegnanti dell'UNRWA, spesso membri della stessa comunità e gravati dagli stessi problemi economici dei loro alunni, che si trovano soli di fronte a classi multiproblematiche. Il progetto organizza per loro momenti di sinergia con i docenti di sostegno, incontri su strumenti di didattica inclusiva, riflessioni su una pedagogia dei diritti che sappia far fiorire, non soffocare, le singole potenzialità.

Il quarto e più delicato cerchio abbraccia le famiglie. Vivere in condizioni di povertà estrema, sovraffollamento e disoccupazione cronica non lascia energie per seguire il percorso scolastico dei figli, spesso percepito come un lusso che non ci si può permettere. Gli incontri con i genitori — guidati da facilitatori e volontari — costruiscono un ponte empatico con la scuola e tentano di convincere che nessuna forza di cambiamento è più potente dell'educazione, e che la loro partecipazione è parte essenziale di qualsiasi possibilità di riscatto.

L'intero progetto si regge su una logica di sostenibilità e sinergia: il gruppo di sostegno italiano opera su base volontaria, il coordinamento tra i quattro campi massimizza le risorse e le competenze. È, nelle parole stesse di chi lo ha concepito, un atto di ostinata fiducia nel tempo che verrà. In luoghi dove tutto sembra ricordare un passato irrisolto — tende diventate cemento, confini diventati muri, emergenze diventate condizione permanente — l'Associazione per la pace sceglie ancora una volta di scommettere sul futuro. Mano nella mano, letteralmente, con chi quel futuro dovrà abitarlo.